We’re Only in It for the Money. Ovvero: ma chi ce lo fa fa’

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Original_We

di Alessandro Paparelli
editor – ticonzero
regional human resources director, asia/pacific – salvatore ferragamo

Possiamo affrontare il lavoro in due modi: investendo lo sforzo (strettamente) necessario a portare a casa la pagnotta oppure mettendoci qualcosa in piu’, con relative grane e soddisfazioni. Quale strada prendere? Lasciate stare cosa direste al vostro capo: chiedetelo a voi stessi. Magari con Frank Zappa che rumoreggia in sottofondo.

Nathan Road e’ una delle vie-cardine di Hong Kong. Piu’ che ombelico, e’ un cordone: prende il via dalla costa di fronte all’isola e si allunga a nord per chilometri, dritta verso mamma Cina. Ci trovi un po’ di tutto: dai negozi di elettronica a quelli di vestiti, dai ristoranti di xiao long bao alle saune. Certo che, infilandoti nel basement di in un centro commerciale super-cino in un sabato pigro e curiosando tra scaffalate di pop giapponese, non ti aspetteresti pero’ di ritrovarti tra le mani Boulez conducts Zappa – The Perfect Stranger1. Che so, magari Freak Out!, e sarebbe gia’ una piccola sensazione, ma addirittura The Perfect Stranger…
Pago velocemente e me ne resto seduto sugli scalini a rigirarlo tra le mani: uno dei lavori di musica “seria”2 di Zappa, messo su disco nell’84 con l’aiuto dell’Ensemble InterContemporain (diretto appunto da Pierre Boulez, che commissiono’ la title track) e del Barking Pumpking Digital Gratification Consort3. Sto li’ e penso alla serendipita’4: proprio la sera prima parlavamo di Zappa con Dan (lui con capelli e ondeggiamenti alla Robert Plant e giacchetta di pelle nera, io con la mia maglietta dei Rolling Stones, a un’inaugurazione di una galleria d’arte fighetta, scena abbastanza surreale di per se).

Dan, australiano finito a fare il produttore musicale ad Hong Kong, rincalzava con un bicchiere in mano il nostro peana sulla limitata scena musicale locale, lamentandosi del fatto che si’, c’e’ qualche locale dove si suona, ma e’ tutta roba amatoriale, di intrattenimento, che va bene, ma non trovi quasi mai nessuno che, qualunque sia il genere e il livello, “prenda una posizione sua”. Come Zappa, appunto. Certo, c’e’ la pagnotta da guadagnare, ma se lo fai per hobby tanto vale farlo con piu’ coraggio. Coriya, che origlia li’ accanto, si inserisce riportando la discussione su un terreno piu’ coerente col luogo: “…anche Damien Hirst era uno che prendeva posizioni, ora che e’ diventato una macchina da soldi spesso non lavora neanche piu’ direttamente alle sue opere…”.

Al che (oltre al fatto che pure nel Rinascimento alle opere dei grandi maestri lavoravano abbondantemente anche le loro “scuole”) mi era venuto in mente di nuovo Zappa e il suo We’re only in it for the Money, terzo album messo a segno con i Mothers of Invention, che in pieno sessantotto si pigliava la briga di prendere per i fondelli la societa’ americana, movimento hippie in primis, e dichiarava che loro al contrario erano li’ appunto solo per la pagnotta.

In realta’ basta la storia della copertina del disco1 per svelare una delle volute contraddizioni in termini del baffuto autore di “Tengo una minchia tanta”2: una parodia visiva di quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (uscito pochi mesi prima), a voler velatamente rivendicare il fatto che mentre tutti glorificavano i Beatles per il loro concept album, lui, di concept album, ne aveva gia’ sfornati un paio. Come a dire: “lo facciamo solo per soldi”, ma intanto dietro il titolo c’e’ un album in cui il buon Frank ha messo un bel bagaglio di divertimento, ironia, sperimentazione musicale, tecnica, fantasia1. Insomma, ci ha “messo del suo”, ha preso una posizione.

Onestamente, credo che “ma chi me lo fa fa’?” sia una delle domande silenziose che circolano piu’ frequentemente tra cubicoli e scrivanie.
E non e’ una domanda banale, ma una questione quasi di filosofia del lavoro: “vendo semplicemente il mio tempo o ci metto del mio?”.
Al di la’ dell’aneddotica folkloristica (quella per cui fa figo dire che siamo sempre incasinati, che senza di noi l’azienda andrebbe a scatafascio etc.), nella maggior parte dei casi ci troviamo in situazioni lavorative che obiettivamente possiamo gestire. Per capirci: abbiamo gli strumenti (informazioni, competenze, o, perche’ no, paraculaggine) per “fare il compito” con uno sforzo ragionevole e tornarcene ai fatti nostri. Possiamo insomma affrontare il problema in maniera strettamente economica: ottimizziamo l’utilizzo delle risorse e mettiamo in campo lo sforzo (strettamente) necessario per produrre un risultato che ci paghi lo stipendio. Poi ci si mette pero’ di mezzo la tentazione intellettuale (o, a volte, la vanita’) che ti sussurra: “beh, pero’ lo sai che, se ci mettessi del tuo, questo progetto porterebbe a casa il doppio dei risultati, o questo piano di marketing sarebbe stellare anziche’ passabile…”.

E allora si entra in una dimensione tutta diversa, quella di chi nel proprio lavoro non si limita a spuntare check-list ma ci mette il famigerato commitment, spende il proprio talento, prende a cuore le responsabilita’, le fa proprie, con tutto quel che ne consegue: maggiore senso di partecipazione, di raggiungimento dei risultati (il “senso di achievement” che qualcuno vorrebbe far inserire tar le casistiche cliniche di dipendenza, forse non a torto), ma anche maggiore stress, fatica, grane da gestire. E, inevitabilmente, qualche frustrazione.
Lasciate stare quello che direste al vostro capo. La domanda e’ lecita, e vale la pena farla a voi stessi: portare a casa la pagnotta o metterci qualcosa in piu’?
Io quello che vi posso dire e’ che Frank Zappa si poteva permettere un titolo del genere perche’ era in realta’ un fanatico della seconda alternativa.

E si e’ sempre divertito un casino.

FrankZappa

1 Se vi prende la smania: consigliati gli svolazzi elettronici di The Girl in The Magnesium Dress, e la versione orchestrale di Dupree’s Paradise, che sarebbe andata a pennello per la colonna sonora di uno di quei film di spionaggio fine ’50 – inizio ’60, che so, Intrigo Internazionale di Hitchcock.
2 Nonostante Zappa stesso avverta ironicamente alla fine delle note contenute nel libretto che “tutto il materiale qui contenuto ha esclusivamente scopo di intrattenimento, e non deve essere confuso con nessun’altra forma di espressione artistica”.
3 Che in realta’ e’ un nome tutto zappiano per indicare il suo Synclavier, il sintetizzatore-icona del tempo.
4 Serendipity peraltro e’ il titolo di un bel pezzo di John Martyn (se la vostra faccia non ha cambiato espressione leggendo “John Martyn”, uscite a comprare Solid Air, adesso intendo).
5 L’immagine fu alla fine utilizzata come controcopertina per timori di beghe legali da parte della casa di produzione di Zappa.
6 Uno dei piu’ noti e chiacchierati omaggi alle sue origini siciliane, nel doppio album Uncle Meat del 1969
7 Per dire, a dare una mano per alcuni sketch parlati c’e’ un certo Eric Clapton, mentre l’intero album nasceva da un progetto (poi molto rimaneggiato) di comedy rock ispirato dalla collaborazione di Frank Zappa con il leggendario Lenny Bruce (in occasione tra l’altro dell’ultima esibizione del celebre stand-up comedian il 25/6/1966 al Fillmore di San Francisco)

Gio 23/06/2011 da Paparelli Alessandro

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