Victims – Ovvero: le occasioni sprecate del provincialismo organizzativo

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Culture Club Victims 25

di ALESSANDRO PAPARELLI
EDITOR – TICONZERO
REGIONAL HUMAN RESOURCES DIRECTOR, ASIA/PACIFIC – SALVATORE FERRAGAMO

Promozioni che non arrivano, carriere che non decollano, progetti naufragati… E’ sempre colpa dell’azienda brutta e cattiva? Quanti talenti vengono sprecati quando le vittime lo sono in realtà solo di se stesse e della paura di prendersi qualche rischio?

Parliamoci chiaro: a Londra nelle estate adolescenti ci si andava mica tanto a
frequentare lezioni di inglese. Piu’ facile che si andasse all’arrembaggio, con le
giornate passate non importava tanto come, ma che fosse in mezzo a quella
luccicante girandola di gente, vestiti, sapori e, caspita, musica. Poi l’inglese veniva
da se’, lo imparavi per la foga di capirci qualcosa di piu’. Io per conto mio mi
perdevo spesso nei negozi di vinili usati1, a impolverarmi i pollici e riempire valigie
pesantissime da riportare a casa come scrigni pieni di tesori.

Uno dei miei preferiti era all’inizio di Portobello, un po’ sfigato e parecchio simile al
“Championship Vinyl”, il negozio di Rob in High Fidelity di Nick Hornby2. Ma con
gemme insperate per chi si prendeva la briga di passare qualche ora cominciando
dallo scatolone della A e finendo a quello della Z. Fu li’ che mi salto’ tra le mani: un
singolo da 12 pollici di “Victims“3 dei Culture Club, con immagini di Boy George incorniciato dal suo armamentario anni ’80 di cappelloni e treccine sciamaniche, e di lui e Jon Moss uno accanto all’altro in posa yoga-psichedelica4. Lato A: Victims. Lato B: Colour by Numbers e Romance Revisited5. Dei Culture Club allora conoscevo giusto quelle due-tre canzoni che si sentivano alla radio, e ad esser sinceri comprai il disco soprattutto per le seguenti ragioni in ordine di rilevanza: 1) costava mezza sterlina; 2) era un picture disc6; 3) le immagini erano curiose; 4) sotto il titolo c’era riportata una frase in corsivo7, che la capivo un po’ si’ e un po’ no, ma suonava abbastanza poetica e chissà che non potevo rivendermela con qualcuna. In più, quando tornai a casa e cominciai a farlo rotolare sul giradischi, il pezzo mi piacque anche. Un bell’affare.

Uno squarcio di accordi di piano decrescenti8 nel religioso silenzio del primo ascolto,
che aprono una melodia inaspettata, disegnata da una voce-peluche:

The victims we know so well
They shine in your eyes
When they kiss and tell…

Gia’, le vittime le conosciamo bene, il problema e’ che quando guardiamo a quelle a
portata di scrivania a volte non e’ che siamo tanto sicuri se siano vittime o piuttosto
vittimisti.
E’ chiaro: viene piu’ facile provar simpatia per quelli che:
… feel like a child on a dark night
Wishing there was some kind of heaven…
Pero’ a un certo punto, all’ennesimo lamento, viene da chiedersi: ma sono
veramente tutte povere vittime del cattivo mostro aziendale? Sara’ pure antiromantico, magari non simpatico da dire, ma quando usciamo dal piagnucolio
generico scopriamo che buona parte delle vittime sono vittime in realta’ solo di se
stesse, di un provincialismo organizzativo che le fa restare chiuse tra quattro mura
di carriera per paura di perdere le proprie sicurezze. Sono quelle persone
indubbiamente capaci, a volte anche brillanti, ma che quando si tratta di provarci si
tirano indietro, nascondendosi dietro il lamento universale di chi non riceve mai
abbastanza facilitazioni e bambagia per sentirsi sicuro nel fare il passo successivo.
Sono professionisti giovani, ma che invecchiano piu’ velocemente degli altri, perche’
alle rughe degli anni si aggiungono quelle di una frustrazione rancorosa. Hanno
spesso tutti i numeri per andare a scoprire le carte e vedere se effettivamente il
mondo applaudira’ ai loro talenti o mostrera’ un’annoiata indifferenza. Eppure,
restano legati alle piccole sicurezze del loro mondo lavorativo: il rito del caffe’ con i
colleghi che conoscono gia’, i ticket restaurant “che comunque sono soldi in piu’”, le
attivita’ mandate a memoria come filastrocche, le relazioni consolidate da anni. Il
rischio di prendere l’iniziativa, di proporsi, rinunciare alle certezze di oggi per
costruirne di piu’ grandi per domani, se lo prendono solo se qualcuno garantisce
loro di avere le spalle coperte. Ovvero, non se lo prendono affatto.

Il guaio e’ che ambiziosi, di per se’, lo sono pure. E anche coscienti delle possibilita’
che avrebbero. E celano quindi l’invidia nella voce quando parlano con il collega che
ce l’ha fatta, con quello che ha sparigliato. Cercano di mantenersi neutri mentre
ascoltano storie di trasferimenti ad altri dipartimenti che sembravano impossibili, di
progetti all’inizio deliranti ma alla fine approvati, di esperienze all’estero, di
promozioni sudate ma finalmente arrivate. Ma quando la conversazione finisce
rimettono l’invidia in un cassetto e la chiudono a chiave con una qualche
circostanza particolare, che fa sempre dell’altro un fortunato e di loro le sventurate
vittime dell’ingiustizia aziendale.

Dopo quel disco londinese, Boy George continuai a incrociarlo piu’ o meno come
tutti: i cappellini con scritto “Boy”, le discussioni sulle prime ribalte del mondo gay,
quelle su droga e show business. Difficilmente avrei potuto immaginare di
ritrovarmelo davanti una sera di novembre in un club di Hong Kong9, a metter su
dischi. Ingrassato, certo, sempre con trucco e vestiti eccentrici, certo. Ma piu’ che
altro a grondare sudore per quattro ore di fila in postazione, ad armeggiare in puro
stile old-school: con vinili e manina. E, pur detto da uno che di DJ non e’ che ci
capisca granche’, maledettamente bravo.

1 Erano passatti appena una manciata d’anni dal debutto del CD nel 1982 (il destino volle assegnare
all’album “The Visitors” degli Abba l’onore di essere il primo album ad essere stampato sul nuovo supporto), e i negozi di vinili erano posti con l’obiettivo piu’ di smaltire in fretta le scorte che non quello di solleticare appassionati collezionisti.
2 A cui naturalmente questa column e’ debitrice. Potete farvi un’idea vedendo il buon film di Stephen Frears con John Cusack, tratto dal libro.
3 Terzo singolo estratto (dopo Church of the Poison Mind e Karma Chameleon) da Colour by Numbers (1983) secondo album dei Culture Club. All’uscita non ricevette praticamente alcuna attenzione dale emittenti radiofoniche, ma raggiunse ugualmente il terzo posto in classifica in UK (e il secondo in Italia, migliore risultato in assoluto). Il fatto viene solitamente ricordato dai fans a riprova del valore del pezzo. http://www.youtube.com/watch?v=uhBtEhF9l7Q
4 I due, come e’ noto, ebbero per anni una relazione sentimentale, all’inizio all’insaputa del resto della band.
5 Colour by Numbers, nonostante abbia dato il titolo all’album, fu da esso esclusa ed edita soltanto come B-side del singolo di Victims. Romance Revisited e’ una versione strumentale di Victims, a sottolineare la vena particolarmente felice nell’arrangiamento della canzone, che piu’ o meno a meta’ strada si apre
addirittura quasi al sinfonico aiutata dalla voce potente della mitica Helen Terry, deus ex machina dei backing vocals dei Culture Club.
6 Quello strano animale di vinile decorato, destinato a creare un piccolo stupore nei negozi degli anni ’80 e poi una piu’ banale adorazione negli scaffali dei collezionisti.
7 “Push aside those that whisper never…” estratta dal testo della canzone.
8 Per chi volesse provare a ricreare il brivido in versione casalinga: La minore, Sol, Fa, Mi minore, Re minore, Mi 4a, Mi (mi raccomando simulare il pubblico in delirio).
9 In occasione del quinto anniversario del Dragon-I:
http://www.youtube.com/watch?v=yLq3Zo33aIg&feature=related
E oltre a questo, non so come spiegare, ma metteva allegria a vederlo, con l’aria
rilassata e divertita di chi ha saputo seguire ancora una nuova passione, reinventarsi
un mestiere, rimettersi in gioco e farcela di nuovo.
Victims e’ una bellissima canzone. Ma il Boy George che mette su i dischi, vi diro’,
mi sta piu’ simpatico.

Gio 08/09/2011 da Paparelli Alessandro

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